LA NATURA MORTA IN EMILIA
ROMAGNA (testo
esteso)
Pur potendo vantare l'importante precedente cinquecentesco
degli studi naturalistici di Ulisse Aldrovandi, la pittura bolognese del
Seicento accoglie la natura morta soprattutto grazie all'attivitą di due
artisti non bolognesi per formazione. Paolo Antonio Barbieri, fratello del
Guercino, trascorre tutta la sua vita in provincia, a Cento: a lui si deve
il principale contributo al filone naturalista, in cui i richiami caravaggeschi
e spagnoli si rispecchiano su una realtą contadina, di una poesia umile
e dimessa. All'opposto, Pier Francesco Cittadini propone in Emilia un modello
di nature morte fastose, impreziosite dallo spettacolare inserimento di
oggetti raffinati, strumenti musicali e grandiose composizioni floreali.
A un gusto rustico, alle cucine e alle dispense si dedicano gli artisti
operanti nell'ambito della corte dei Farnese (Bartolomeo Arbotori, Felice
Boselli), mentre alle soglie del XVIII secolo un punto di raffinato equilibrio
viene raggiunto dal reggiano Cristoforo Munari, tanto efficace nelle popolaresche
composizioni con cibi e semplici attrezzi di cucina, come nelle sontuose
tele in cui appaiono cristalli, porcellane, strumenti musicali, libri, oggetti
ricercati. Questo pittore fu in contatto con l'ambiente fiorentino, con
la quale fu in rapporto anche il pił importante pittore bolognese del periodo,
Giuseppe Maria Crespi.