LA NATURA MORTA A GENOVA
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Strettamente collegata con Anversa per ragioni storiche, economiche e culturali, Genova offre l'occasione più propizia per un confronto tra la natura morta fiamminga e l'interpretazione italiana. Da questo incontro scaturisce all'inizio del Seicento una stagione particolarmente ricca di artisti e di opere, favorita da un esigente collezionismo aristocratico. Artista chiave è l'anversese Jan Roos, allievo di Frans Snyders, trasferito a Genova dal 1614 fino alla morte, nel 1638. La bottega di Roos diventa così il punto di riferimento per il soggiorno genovese di altri grandi maestri fiamminghi, fra cui Rubens e Van Dyck, che affida a Roos l'inserimento di elementi di natura morta all'interno delle sue tele. Con questa matrice nordica, ricca ed esuberante, si confronta la più meditata tradizione italiana, legata al naturalismo caravaggesco. È il caso di Bernardo Strozzi, al cui esempio si deve una caratteristica ben riconoscibile della natura morta barocca genovese: la presenza di figure, concepite in diretto rapporto con gli oggetti inanimati come cacciagione, fiori, frutti, pesci, recipienti, armi,. L'inserimento di personaggi e un arricchimento tematico sono frequenti nelle animate composizioni di Giovanni Benedetto Castiglione (Il Grechetto), che grazie ai viaggi a Roma e a Mantova contribuisce a far uscire il gusto per la natura morta genovese al di fuori dell'ambito regionale, proponendolo come interessante alternativa per il collezionismo aristocratico verso la metà del Seicento.