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PITTORI "DELLA REALTA'" NEL SETTECENTO (testo esteso)
Nel cuore della pittura del settecento, la natura morta propone un percorso di forte intensità morale, dedicato alla raffigurazione schietta e razionale della realtà. È un tipo di pittura esplicitamente antibarocco, che agli spettacolari valori decorativi delle coeve composizioni floreali romane o veneziane contrappone oggetti e situazioni ambientali poveri e dimessi, ma poeticamente radicati nell'essenzialità del vivere quotidiano. Questa linea espressiva, le cui radici possono essere rintracciate nelle origini stesse della natura morta, alla fine del Cinquecento, trova un grande interprete nel lombardo Giacomo Ceruti, autore anche di indimenticabili tele dedicate ai 'pitocchi' (poveri, diseredati, vagabondi) e al loro mondo, fatto di piccole e semplici cose. La sua attività viene ripresa, anche se con una vena di più distaccato valore documentario, da Francesco Londonio. Benché il filone del realismo sia prevalentemente considerato una strada maestra della tradizione pittorica lombarda, non mancano importanti episodi in altre regioni, come ben dimostrano l'attività di Giuseppe Maria Crespi tra Bologna e Firenze, il sorprendente rigore delle cucine dipinte dal fanese Carlo Magini, i trompe-l'oeil del fiorentino Antonio Cioci e anche la singolare ripresa di motivi seicenteschi e caravaggeschi nelle nature morte eseguite a Napoli prima della metà del Settecento da Tommaso Realfonzo e in seguito dallo spagnolo Luis Meléndez.

Immagine ingrandita
Giacomo Ceruti
Natura morta con piatto di peltro, coltello, pane, salame, noci, bicchiere e brocca con vino rosso
Olio su carta incollata su tela, cm 32x45
Collezione privata

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